INTERVISTA AL DIRETTORE ARTISTICO ANTONIO CIOFFI


HANGARTFEST giunge quest'anno alla sua XVI edizione: tante le novità, gli obiettivi raggiunti e i traguardi all'orizzonte. Abbiamo posto qualche domanda al Direttore Artistico Antonio Cioffi per sapere com'è nata e come si è sviluppata questa manifestazione che da piccolo evento pesarese è cresciuta trasformandosi in palcoscenico internazionale della danza contemporanea.

Partiamo dal principio: com’è nata l’idea di creare un festival di danza contemporanea a Pesaro?

Sicuramente per passione verso questo genere d'arte che è lo specchio dei tempi in cui viviamo. Per molti ragazzi della mia generazione, la danza contemporanea era un fatto culturale, rappresentava un mezzo di comunicazione, ossia un nuovo modo di esprimere pensieri e stati d’animo attraverso il corpo. Una disciplina capace di mettere in relazione il singolo individuo con la collettività attraverso un linguaggio che poteva essere compreso da tutti. Un linguaggio universale.

Dunque, la motivazione principale dietro la nascita del Festival, che è partito proprio all'interno di una sala della scuola di danza, è stata quella di chiudere il cerchio, ovvero di permettere agli allievi di passare dallo studio in sala al palcoscenico. Tra l'altro, il nome della scuola, Hangart, è l'abbinamento di due parole: "hangar" che sappiamo essere il luogo che contiene aeroplani e oggetti volanti e "art", arte. Ci piaceva che la danza così come gli aeroplani richiamasse l'idea del volo.

Quest’anno il Festival giunge alla sua XVI edizione. Come si è evoluto dai suoi inizi?

Il percorso è stato lungo: siamo partiti praticamente dal nulla e con pochissime risorse che erano quelle disposte dalla scuola di danza che ha sempre investito in attività culturali. Grazie alla partecipazione di tanti artisti, al prezioso aiuto di collaboratori e con una buona dose di fai-da-te, HANGARTFEST è riuscito a offrire al pubblico continuità anno dopo anno. Gli artisti che frequentavano il Festival erano giovani coreografi e performer già inseriti nel panorama della danza contemporanea italiana ed europea; il pubblico era ovviamente ristretto, salvo quando si facevano interventi di danza urbana o si noleggiava il teatro comunale della città.

Pian piano il festival è cresciuto, fino ad ottenere, nel 2013, il riconoscimento e il sostegno finanziario della Regione Marche e poi quello del Comune di Pesaro che permette alla manifestazione di svolgersi nella prestigiosa cornice della Chiesa della Maddalena, nel centro storico della città.

Partner di HANGARTFEST, grazie a Essere Creativo, progetto di residenza artistica all'interno del festival, è fin dall'inizio AMAT Associazione Marchigiana Attività Teatrali. Nel 2018 il Festival ottiene ben due riconoscimenti: quello del MIBAC Ministero per i Beni e le Attività Culturali che contribuisce a finanziare il festival per il triennio 2018-2020 e quello della Comunità europea che inserisce il festival nel progetto del Patrimonio Culturale Europeo poichè si svolge in spazi architettonici di grande valore.

Questo ha aperto ad HANGARTFEST scenari completamente nuovi che gli permettono di guardare al futuro con ottimismo ed entusiasmo. Oggi ospita artisti provenienti da tutto il mondo ed è una realtà riconosciuta e apprezzata che contribuisce ad arricchire il territorio e la città di Pesaro non solo sul piano culturale, ma anche turistico.

Cosa l’ha guidato nella scelta degli artisti di questa edizione? Quali criteri? Esiste un filo conduttore?

Devo dire la verità: non seguo un filo conduttore, ma è già da un po’ di tempo che guardo con interesse alla scena israeliana. Nelle precedenti edizioni avevamo ospitato Sivan Rubinstein, Michal Mualem, e Eyal Bromberg. Nel 2018 abbiamo presentato il nuovo lavoro di due artisti israeliani che hanno segnato la storia della danza contemporanea, mi riferisco a Nir Ben Gal e Liat Dror, con la Sderot Adama Dance Company.

A fine 2018, sono stato alla vetrina International Exposures a Tel Aviv e ho potuto constatare la ricchezza artistica di quel paese: non solo i celeberrimi Ohad Naharin, Sharon Eyal e Yasmeen Godder, ma anche giovani coreografi molto interessanti quali Lior Tavori, Merav Dagan e Ella Rothschild, che ho invitato al Festival quest’anno, oltre ad Amos Ben-Tal che porterà in scena un lavoro proposto dal Collettivo CZD2 di Catania.

Il prossimo anno daremo ancora più rilievo alla danza proveniente da Israele e dedicheremo uno spazio speciale a Guglielmo Ebreo da Pesaro, in occasione dei 600 anni dalla sua nascita: a lui, infatti, si deve uno dei più antichi manoscritti di coreografia esistenti al mondo, risalente al XV secolo.

Perchè Israele?

Perché Israele è tra quei pochi paesi che hanno dato risorse e spazio ai giovani creativi, permettendo loro di sperimentare e dedicare tempo alla ricerca. Penso che sia fondamentale investire sui giovani e sulla sperimentazione, in un’ottica di crescita e di evoluzione della danza contemporanea, ma il discorso è valido per tutte le arti.

Sulla base della sua esperienza come Direttore Artistico di HANGARTFEST, ma anche di spettatore, come ha visto evolvere la danza contemporanea in Italia e nel panorama internazionale?

La danza contemporanea si è allontanata da quelli che erano i codici della danza, le tecniche, andando verso forme più astratte. C’è stato e c’è ancora un ampio filone di danza cosiddetta concettuale nella quale sembra che i coreografi abbiano l'urgenza di allontanarsi il più possibile dai codici prestabiliti, da tutto ciò che è riconoscibile.

Grandi coreografi, contemporanei fino a ieri, che hanno innovato e scritto la storia della danza, vedi Merce Cunningham, Martha Graham, José Limon, oggi sono considerati classici. Credo che la giovane danza contemporanea si sia nutrita di queste esperienze, come è giusto che sia; c’è stato però anche un proliferare di giovani coreografi - anzi di performer - sprovvisti di un vero percorso formativo, senza una conoscenza approfondita delle diverse tecniche di danza e a volte perfino di un adeguato bagaglio culturale. Ho visto performer portare in scena null’altro che se stessi e una visione del mondo circoscritta al proprio ombelico, senza prospettive, senza contenuti né tematiche esistenziali, sociali o politiche, che sono poi le tematiche universali.

Ciò che accomuna molti lavori è una sorta di mal di vivere, una visione buia del mondo che può anche essere una fotografia della realtà in cui vivono i giovani, è vero, ma hanno il difetto di non proporre alcuna via di uscita, non danno spazio all’immaginazione, al sogno e neppure alla protesta. Come se fossero inutili. Non so dove porterà tutto questo, ma a me non piace. Vedo una chiusura, una mancanza di luce squarciata ogni tanto da qualche raggio di sole.

Cosa la affascina e la colpisce nella danza oggi?

Credo che le arti performative siano fortemente contaminate tra loro e da altre espressioni artistiche, come le arti visive e il cinema. Mi piacciono, per esempio, quegli spettacoli che sanno offrire allo spettatore una visione che va oltre ciò che si vede in palcoscenico. Credo che ogni spettatore debba potersi costruire una propria storia, una personale visione di ciò che sta guardando, come quando si legge un libro. Questo è ciò che più mi affascina: quando il lavoro di un artista ha la capacità di arrivare fino al cuore o alla mente, quando ha la forza di aprire porte, spalancare finestre attraverso le quali proiettare chi guarda in un mondo che non sapeva esistere, un mondo immaginario, dove realtà e finzione si confondono.

Il 4 ottobre, la compagnia Arearea presenterà alla Chiesa della Maddalena lo spettacolo Il Rovescio, coreografia di Marta Bevilacqua. La coreografa è artista associato del Festival, protagonista di un progetto della durata di tre anni. Ci parla di questa scelta?

Quando fu il momento di partecipare al bando ministeriale ci ponemmo il problema di cosa poter offrire alla danza contemporanea in Italia, ovvero: poteva, il nostro Festival, entrando nel sistema dei finanziamenti ministeriali, dunque usando soldi pubblici, rendersi maggiormente utile alla situazione italiana? Da questa domanda è nata l’idea di offrire stabilità triennale a un coreografo italiano con il quale avremmo condiviso un percorso, partecipando in veste di coproduttori ai suoi nuovi lavori e accogliendo al nostro Festival i debutti delle nuove produzioni per tre anni consecutivi.

La nostra attenzione cadde proprio su Marta Bevilacqua, coreografa e co-direttrice della Compagnia Arearea di Udine, che avevamo avuto modo di conoscere e apprezzare l’anno precedente.

La scelta si rivelò subito indovinata: Marta è una vera artista, una persona di grande cultura e umiltà, dotata di sensibilità e capace di portare in scena spettacoli in grado di proiettare lo spettatore in un mondo immaginario tridimensionale, capace di abbinare concetto e realtà, dove la danza torna a essere danza in una dimensione teatrale nella quale si rispettano canoni e tempi, dove tutto ha un senso e un perché. Segno di una visione totale dell’arte della scena, che va al di là della danza stessa.

Dopo Concetti Sfumati ai Bordi nel 2018, ci apprestiamo ad assistere, il 4 ottobre, al debutto di Il Rovescio, che vedrà in scena quattro danzatori, sulla partitura di The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd. Un lavoro, questa volta, che prende spunto dai testi di Albert Camus e dalle illustrazioni di Marion Fayolle. Il Rovescio parla di superficialità, mediocrità e comunicazione globale, di mercificazione dei linguaggi dell’arte e di un possibile riscatto, della nostra capacità di rovesciare l’ordine prestabilito, di invertire la tendenza. Nel 2020, Marta Bevilacqua tornerà con il suo terzo lavoro, tutto ancora da concepire.

L’evento di apertura, Transports Exceptionnels, della compagnia Beau Geste, si svolgerà in un luogo non convenzionale per uno spettacolo di danza, uno spazio urbano, ovvero Piazza del Popolo a Pesaro e vedrà un ballerino duettare con una macchina escavatrice e dar vita una coreografia davvero singolare e di grande impatto visivo. Perché la decisione di aprire il Festival con questo tipo di evento?

È una costante di questi ultimi anni inaugurare HANGARTFEST con uno spettacolo di danza urbana. Così è stato l’anno scorso con Le mura, della compagnia Arearea, o l’anno prima, con la performance itinerante Ruedis sempre della compagnia Arearea.

Allo stesso modo, quest’anno, aprirà il Festival Transports Exceptionnels della compagnia francese Beau Geste, una singolare performance con un escavatore e un danzatore.

La cosa che ci piace della danza urbana è la possibilità di intercettare un pubblico che normalmente non verrebbe a teatro, un pubblico casuale, di passaggio.

Sono convinto che portare una performance teatrale in uno spazio che non è il teatro, possa avere un effetto dirompente, sia in positivo che in negativo, ed è proprio questa la sfida: fare in modo che l’impatto sia positivo, costruttivo e affascinante agli occhi dello spettatore di passaggio.

Transports Exceptionnels è uno spettacolo che ha fatto tappa in oltre 50 nazioni, al quale guardavo già da diversi anni e che finalmente sono riuscito a portare a Pesaro. L’aspetto particolare di questa performance è proprio la relazione tra uomo e macchina che sembra una forzatura ma che, in realtà, non lo è perché siamo oramai abituati alla tecnologia che invade la nostra vita e cerchiamo l’ausilio delle macchine nelle nostre mansioni quotidiane. Ebbene, dal genio di Dominique Boivin, il coreografo dei Beau Geste, nasce questo spettacolo che va oltre il semplice rapporto funzionale uomo-macchina per arrivare a un qualcosa che, pur sembrando inverosimile, sorprende per il carattere fortemente poetico.

Qualche altro obiettivo su cui avete intenzione di lavorare negli anni a venire?

Continueremo a guardare al bacino del Mediterraneo, ma anche all’Europa, alla Svizzera in particolare; abbiamo visto cose molto interessanti all’ultima edizione dei Swiss Dance Days, la piattaforma tenutasi lo scorso febbraio a Losanna. Presentiamo quest’anno la compagnia Linga, con base proprio nella città svizzera, e per il 2020 siamo in trattativa con altre due compagnie. Ma non posso svelare di più.

Intanto, godiamoci la XVI edizione che inizierà il 5 settembre e si protrarrà fino al 6 ottobre, con oltre 100 artisti provenienti da Francia, Svizzera, Germania, Polonia, Israele, Tagikistan, Iran e Italia e 23 performance di danza.

a cura di Altea Alessandrini

ph: Francesco Galli

ph: Efrat Mazor

ph: Benedetta Folena

ph: Laura Kemp

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